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Il "Kalevala" e la poesia popolare finlandese

 Un esempio, riportato anche da Kai Laitinen nella sua Letteratura finlandese, è:

_   υ       _   υ     _   υ    _   υ       

VAAKA / VANHA / VÄINÄ/MÖINEN   Esempio del tetrametro trocaico regolare in cui l’accento naturale della lingua e quello del piede della strofa coincidono. Come sapete, l’accento naturale del finlandese è sempre sulla prima sillaba.

Traduzione : Vecchio, vegliardo Väinämöinen

                              ↓             

                        eroe mitico        

Ci sono comunque anche altre varianti di questo metro, del tetrametro trocaico, come per esempio il cosiddetto tetrametro “spezzato” o “cattivo”. Vediamone un esempio:

_     υ      _    υ    _     υ   _  υ

KIESUS / KARJA/LAN / JU/MALA           Qua vediamo che l’accento naturale della lingua e quello del piede non coincidono.

Traduzione: Gesù, il signore della Carelia.

La traduzione ci dice la maniera in cui le credenze cristiane venivano tradotte nei concetti della poesia popolare e come entravano nella mentalità locale.

Questo metro prende il nome dal Kalevala di Lönnrot, si chiama infatti metro kalevaliano ed è il metro in cui tutta la poesia epica e gran parte della poesia lirica venivano composte e cantate nell’area balto-finnica. Noi dobbiamo comunque tenere in mente che il Kalevala deve essere sempre considerato soltanto un prodotto secondario, anche se naturalmente questo metro oggi è conosciuto con il nome di metro kalevaliano.

Il verso della poesia popolare balto-finnica è sciolto cioè ignora la rima, come abbiamo sentito dalla registrazione, ma invece fa abbondante uso dell’allitterazione - vale a dire che le parole iniziano con lo stesso suono. Vediamo un esempio:

ILLAT ISTUIN IKKUNOISSA

AAMUT AITAN KYNNYKSILLÄ.

Cioè:

Le sere sedevo alla finestra

all’ingresso del granaio le mattine.

TULKAA, VIRTENI, TUPAHAN,

SAAKAA, SUOJAHAN, SANANI.

Vieni, canto mio, alla dimora,

punta, al riparo, mia parola.

Oltre all’allitterazione molto usato è anche il parallelismo, vale a dire l’elaborazione o la variazione in uno o più versi successivi di idee espresse nei versi precedenti. Questo è un tratto tipico anche per altre poesie popolari soprattutto per quella russa. Un esempio di parallelismo lo possiamo vedere in quest’ultimo esempio di allitterazione, in cui si ripete la stessa idea con parole diverse.

L’uso di queste forme dipendeva dall’abilità del recitatore o del cantore (visto che questi poemi erano cantati). I cantori più abili facevano uso più abbondante di allitterazione e parallelismo per stuzzicare il pubblico e aumentarne la tensione ritardando il finale. Il metodo di presentazione di questi canti variava poi a seconda delle regioni. In quelle del nord, come nella Carelia di Dvina, c’erano di solito due cantori, il primo detto “cantore di testa”, che cantava il primo verso, e il secondo cantore che ripeteva il primo verso oppure che accompagnava nel canto il cantore di testa sul terzo e quarto piede e continuava con il verso seguente mentre il primo cantore si preparava per il verso successivo. Nelle regioni del nord, la poesia epica era di solito cantata da due uomini seduti uno accanto all’altro, i quali si tenevano le destre, facendole oscillare secondo il ritmo. Su questo punto torneremo in seguito perché è abbastanza controverso; secondo alcune teorie, questa immagine dei due uomini è nata tra gli studiosi del risorgimento nazionale. Ecco una foto di I.K. Inha che dà un idea di che posizione assumevano quando cantavano.

Le gare di canto erano molto popolari; i cantori più bravi gareggiavano tra loro su chi sapesse più versi o usasse meglio l’allitterazione, il parallelismo ecc. Uomini e donne cantavano naturalmente sia a lavoro che a casa e alcuni canti erano associati a celebrazioni particolari. In Ingria, la regione al sud vicino all’Estonia, la poesia epica era cantata di solito da donne (ci sono quindi anche queste differenze tra il nord e il sud) spesso come accompagnamento a danze di vario tipo. Il canto e la danza si avvalevano a volte dell’accompagnamento del kantele, uno strumento a cinque corde simile per aspetto e suono alla cetra tirolese e chiamato più poeticamente “l’arpa degli antichi finlandesi”. Questo è invece uno dei suonatori di kantele più famosi degli inizi del XX secolo, Teppana Jänis.

Per quanto riguarda la tradizione autentica della poesia popolare, il kantele non fu più usato già a partire dal XIX secolo e quindi possiamo dire che la famosa identificazione del kantele con la tradizione dei canti fu un risultato del romanticismo kalevaliano della fine dell’ ‘800. Anche il nome “l’arpa degli antichi finlandesi” è un prodotto di questo periodo perché è stato provato che non si tratta di uno strumento unicamente finlandese ma di uno strumento che è usato anche da altri popoli, ad esempio dagli antichi Balti. Grazie al risorgimento nazionale, comunque, il kantele è stato introdotto anche nelle scuole finlandesi ed è diventato uno dei simboli più conosciuti dell’identità nazionale.

I cantori (o rapsodi o cantastorie o bardi che dir si voglia) cantavano le poesie a memoria, poesie che avevano imparato di solito dai loro genitori. Ci furono numerose famiglie di cantori specialmente nelle regioni del nord. Si presume che l’era dei cantori estemporanei, che improvvisavano, creavano e ricreavano i materiali in stile kalevaliano, terminò in Finlandia nel XV sec., e nel XVII sec. in molte parti dell’area balto-finnica. Viene quindi spontanea la domanda se questi cantori fossero dei semplici cantanti che riproducevano le poesie, virtuosi dalla grande memoria, oppure degli improvvisatori, o anche perfino loro stessi dei poeti. I cantori, di solito, impersonavano tutti questi ruoli e, in questo senso, il termine “poesia popolare” in generale è piuttosto fuorviante. Possiamo, quindi, mettere in dubbio anche il terzo elemento dell’espressione “poesia popolare finlandese”, vale a dire l’aggettivo popolare. E’ interessante notare come la tradizione della poesia estemporanea si trovi, in varie versioni, in molti paesi. Come sicuramente sapete, in Toscana c’è la tradizione, viva ancor oggi, di “cantare di poesia”, che si divide in “cantar di scrittura” (se si segue un testo scritto da altri) e in “cantar di bernesco”, che è l’improvvisazione vera e propria, anche dei temi. Esempi simili li possiamo poi trovare anche in altri paesi.

Torniamo adesso alla poesia popolare finlandese e al modo in cui i poemi furono ricreati varie volte, soprattutto a causa della diffusione di nuove idee (ad esempio, le parti pagane venivano adattate alla tradizione cristiana), ma anche alle creazioni dei cantori. Questo processo di ricreazione continua dei canti popolari viene chiamato “sincretismo”, come vedremo, più in dettaglio, in seguito.

Ritornando alla questione della personalità dei cantori, in generale possiamo dire che conosciamo ben poco delle persone che fornirono al Lönnrot e agli altri ricercatori il materiale di poesia popolare. Di alcuni abbiamo qualche informazione in più, ad esempio di Arhippa Perttunen, considerato il più grande cantore di poesia popolare della zona balto-finnica, e di suo figlio Miihkali, un cantante cieco chiamato “l’Omero del Nord”, o della cantante Larin Paraske, la quale diventò quasi una leggenda nel periodo del cosiddetto “neoromanticismo nazionale” finlandese, a cavallo tra il XIX e il XX sec.

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Testi

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  • Il "Kalevala" e la poesia popolare finlandese
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